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Falsi ricordi e DOC - Dr Gaspare Costa

Dr Gaspare Costa
Psicologo e Psicoterapeuta Online
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Falsi ricordi e DOC: e se l’avessi fatto davvero?
Quando un’immagine sembra un ricordo: violenza, tradimento, pedofilia, religione
Che cosa sono i falsi ricordi nel DOC

Nel disturbo ossessivo compulsivo la paura di solito riguarda il presente o il futuro: «E se potessi fare qualcosa di grave?». A volte, però, si volta indietro, e la domanda diventa: «E se l’avessi già fatto?».
Un episodio lontano, rimasto per anni ai margini, torna in mente e viene riletto con la paura di oggi: un litigio da ragazzi, una serata in cui si è bevuto, un abbraccio, un gioco, una parola detta in chiesa. Altre volte arriva un’immagine improvvisa e vivida, e la persona non riesce più a capire se sia un pensiero o qualcosa che è successo davvero.

Si parla allora di falsi ricordi, o false memorie ossessive (in inglese «false memory OCD»). Sono immagini, scene o possibilità temute che, a forza di essere esaminate, sembrano sempre più reali. Il contenuto cambia da persona a persona. Si può temere di aver fatto del male a qualcuno, di aver tradito il partner, di aver avuto un comportamento inaccettabile verso un bambino o di aver commesso un peccato grave.

Sono una delle forme del dubbio retroattivo. Qui ci concentriamo su ciò che le rende così difficili da sopportare: il ricordo che sembra vero.
«È un’immagine o un ricordo?»

La memoria non funziona come una telecamera. Ricostruisce, e non può restituire ogni episodio con la precisione di una registrazione. È normale non ricordare la sequenza esatta di una serata lontana, ogni dettaglio, che cosa si provava in quel momento. Il disturbo ossessivo compulsivo, però, pretende dal ricordo una garanzia che il ricordo non può dare: escludere che esista un dettaglio dimenticato capace di cambiare tutto.

Così la persona torna sulla scena, la rivede, la confronta, controlla messaggi, fotografie e orari. Ogni verifica promette di chiudere il dubbio, ma fa emergere nuovi punti poco chiari. Persino non riuscire a ricostruire bene diventa sospetto: «Se non ricordo, forse sto nascondendo qualcosa».

Il DOC usa qualunque cosa come prova. Un’immagine vivida diventa un ricordo: «Se mi sembra così reale, forse non è solo un pensiero». Un vuoto di memoria diventa una rimozione: «E se non ricordassi perché è troppo grave?». La confusione dopo ore di analisi, quella sorta di nebbia mentale, diventa un indizio. Anche un ricordo che appare lontano, quasi «non mio», viene letto come un segno.

E poi ci sono i sogni. Nelle fasi più acute molte persone fanno sogni angosciosi sul tema del disturbo, vissuti come se fossero veri, e si svegliano chiedendosi se sia l’inconscio a rivelare qualcosa.

Ma la vividezza di un’immagine non è la prova che qualcosa sia accaduto. Il problema non è ciò che appare nella mente: è il valore di prova che il DOC gli attribuisce.
Paura di aver fatto del male o di aver tradito

Luca ha trentadue anni e da tempo convive con pensieri che lo spaventano, come l’immagine di colpire una persona cara. Una domenica, a pranzo dai genitori, il fratello si alza da tavola lamentandosi del solito mal di schiena. A Luca torna in mente un litigio di vent’anni prima sulle scale di casa: una spinta, il fratello che scivola giù per qualche gradino e si rialza subito. Nessuno ne aveva più parlato. Quella sera il ricordo non se ne va: «E se l’avessi spinto apposta? E se quella caduta gli avesse lasciato qualcosa?». La paura è quella di sempre, ha soltanto cambiato direzione.

Nel DOC aggressivo il passato può essere anche molto recente. Chi ripensa a un tratto di strada fatto in auto si chiede se abbia investito qualcuno senza accorgersene: «Ho sentito un colpo?». E la domanda più dolorosa è un’altra: se fosse vero, che persona sarei?

Nel DOC da relazione il dubbio può riguardare una serata in cui si è bevuto, un messaggio ambiguo, uno sguardo a un collega. «E se quella sera avessi tradito?» La persona ricontrolla chat, fotografie e orari, interroga gli amici, a volte confessa al partner anche ciò che non è successo. Il punto non è solo sapere che cosa sia accaduto, ma stabilire se abbia superato un confine che la renderebbe colpevole.

Anche gli altri vengono chiamati a testimoniare. La rassicurazione porta sollievo per poco, poi il disturbo ossessivo compulsivo apre un nuovo varco: «E se non avesse visto tutto?».
DOC a tema pedofilia, omosessualità e religione

Nel DOC a tema pedofilia un gioco con un bambino, un abbraccio, un momento di cura o un contatto avvenuto molti anni prima può tornare alla mente quando il disturbo si attiva. «E se quel gesto non fosse stato così innocente?» La persona cerca di ricostruire dove fossero le proprie mani, che cosa avesse provato, perché quel ricordo torni proprio adesso. Persino il fatto di non aver sentito nulla di strano allora diventa sospetto. È una paura enorme, perché tocca insieme la morale, l’identità, gli affetti e la responsabilità.

Nel DOC a tema omosessuale un’esperienza dell’infanzia rimasta per anni marginale, come un gioco di esplorazione tra compagni, acquista di colpo un significato nuovo. Da lì il dubbio si allarga a tutta la storia personale: «E se l’avessi sempre saputo? E se la mia vita fosse costruita su una finzione?».

Nel DOC religioso il dubbio riguarda una bestemmia, un sacrilegio, una menzogna o una mancanza grave di cui non si ricordano bene intenzioni e circostanze. «E se non ricordassi perché non voglio assumermi la colpa?» Non basta ricordare in modo ragionevole: bisogna dimostrare di non aver avuto cattive intenzioni e di non nascondere nulla a sé stessi.

Il tema cambia, ma il meccanismo del disturbo ossessivo compulsivo è lo stesso: un episodio lontano viene interrogato come se contenesse una verità nascosta su chi si è davvero.
Come uscire dal processo al passato

La via d’uscita non è riuscire finalmente a ricostruire il passato in modo perfetto. È proprio questa la promessa del DOC: ancora un controllo, ancora un dettaglio, ancora una testimonianza e tutto sarà chiaro. Ma ogni risposta genera una nuova domanda.

Non serve nemmeno sostituire un verdetto con un altro. Dirsi che un vuoto di memoria dimostra che non è successo nulla, o che un’immagine è certamente innocua, significa dare al disturbo nuove formule da controllare. Per questo anche il terapeuta deve evitare di diventare l’ennesimo testimone chiamato a pronunciare una sentenza rassicurante.

Il passaggio più difficile è accettare che una parte di incertezza resti, senza riaprire ogni volta il processo. In pratica può voler dire sentire l’urgenza di ricontrollare i messaggi di quella sera, o di chiamare un amico per sapere che cosa accadde, riconoscerla e non seguirla, tornando alla propria vita anche se il passato non ha dato la certezza desiderata.

Nel disturbo ossessivo compulsivo il passato non può essere assolto una volta per tutte, perché ogni assoluzione verrebbe rimessa in discussione dal dubbio successivo. Il lavoro è uscire dal tribunale. Non perché sia arrivata la sentenza definitiva di innocenza, ma perché si smette di concedere a quel tribunale il diritto di decidere quando si può andare avanti.

Per approfondire come si lavora in terapia, leggi DOC: la cura più efficace.
Approfondisci nel libro

Il dubbio retroattivo e i falsi ricordi sono trattati in un capitolo del libro «Oltre ogni irragionevole dubbio», il capitolo 17, «Il dubbio retroattivo: false memorie ossessive e passato sotto processo». Il capitolo parla di:

  • immagini che sembrano ricordi;
  • nebbia mentale e sogni;
  • la paura di aver fatto del male, di aver tradito o di aver commesso una colpa;
  • come smettere di mettere il passato sotto processo.

Il libro, in formato cartaceo e Kindle, accompagna chi soffre di disturbo ossessivo compulsivo e i suoi familiari a capire il DOC e a uscirne.


Dr Gaspare Costa – Psicologo e Psicoterapeuta
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Ordine degli Psicologi della Toscana n. 5040 | P. IVA 01206950451
Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Reg. Toscana n. 5040
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