ACT e DOC: accettare i pensieri senza obbedire
Defusione, valori ed esercizi ACT per il disturbo ossessivo compulsivo
Che cos’è l’ACT e perché aiuta nel DOC
L’ACT, Acceptance and Commitment Therapy, in italiano terapia dell’accettazione e dell’impegno, è uno degli approcci più usati, accanto all’ERP, nella cura del disturbo ossessivo compulsivo. Il suo obiettivo è la flessibilità psicologica: restare in contatto con ciò che si sta vivendo, anche quando è difficile, mantenendo la possibilità di scegliere come agire e in quale direzione muoversi.
Nel DOC questa possibilità incontra un ostacolo preciso. Un pensiero ossessivo non porta solo un contenuto: porta una richiesta. Un dubbio chiede di essere chiarito, una sensazione di essere interpretata, un’immagine di essere cancellata, e tutto sembra urgente. L’ACT aiuta a vedere questa richiesta senza esserne comandati. Lo dice bene una scena: una donna ha appena lasciato a metà la frase «non lo farei mai», ha finito di cucinare e ora è a tavola con il marito. Il pensiero è ancora lì, un po’ più sullo sfondo. Ha smesso di obbedirgli. Non ha smesso di sentirlo.
Come accettare i pensieri intrusivi: accettare non significa approvare
Nel DOC la parola «accettazione» fa paura. Chi ha ossessioni aggressive si chiede: «Se accetto questo pensiero, vuol dire che accetto di essere pericoloso?» Nel DOC da relazione: «Se accetto il dubbio di non amarlo, sto ammettendo che è vero?» Chi soffre di scrupolosità religiosa può temere che lasciare esistere un pensiero blasfemo equivalga ad approvarlo.
Ma nell’ACT accettare riguarda la presenza del pensiero, non la sua verità. Significa riconoscere che in quel momento c’è un pensiero, un’immagine, un dubbio, senza trarne una conclusione. L’esperienza, del resto, è già arrivata: la vera domanda è che cosa succede dopo. La mente sa analizzare, confrontare, cercare soluzioni, ed è preziosa davanti ai problemi reali. Nel disturbo ossessivo compulsivo però viene usata per ottenere una certezza che si riapre proprio a forza di analizzarla. Accettare permette di lasciare che il pensiero ci sia, senza trasformarlo subito in un compito da risolvere. Non rende passivi: la paura può esserci mentre si continua a scegliere che cosa fare.
La defusione cognitiva: vedere il pensiero senza doverlo risolvere
Quando si è «fusi» con un pensiero, ciò che la mente produce prende il peso di un fatto, di una prova o di un ordine. Nel DOC succede in un attimo: «potrei fare del male» diventa una domanda sulla propria pericolosità, «e se non lo amassi?» diventa l’obbligo di misurare ciò che si prova. La defusione cognitiva, uno dei processi centrali dell’ACT, non serve a convincersi che il pensiero sia falso. Serve a riconoscere che un pensiero sta accadendo, senza essere obbligati a risolverlo. Frasi come «sto avendo il pensiero che potrei fare del male» o «la mia mente sta cercando certezza» rendono visibile il processo. Ma non sono formule magiche: ripetute fino a sentirsi meglio, diventano una nuova neutralizzazione.
L’ACT usa un’immagine semplice. Siete alla guida di un autobus e a bordo ci sono passeggeri difficili: pensieri, dubbi, ricordi, emozioni. Alcuni urlano di fermarvi, tornare indietro, controllare ancora. Il problema non è che siano saliti. Il problema comincia quando consegnate loro il volante. Allo stesso modo, un pensiero su di sé non decide chi si è: ciò che passa per la mente fa parte dell’esperienza, ma nessun pensiero coincide con la persona.
Esercizi ACT per il DOC: le parole sono anche parole
Un piccolo esperimento rende chiara la defusione. Ripetete ad alta voce, per qualche secondo, una parola semplice: «latte». Poi in fretta: «latte, latte, latte, latte…». Dopo un po’ il suono prende il sopravvento e una parola familiarissima sembra quasi strana. Il latte non è cambiato: è cambiato, per un momento, il rapporto con la parola. Nel DOC alcune parole, come violenza, tradimento, colpa, contaminazione, si caricano di un peso enorme, fino a sembrare prove in sé.
In terapia si possono usare molti esercizi di questo tipo. Scrivere la frase che tormenta in una lingua sconosciuta e illeggibile, come il cinese; trasformarla in una canzoncina; ripeterla molto lentamente o molto velocemente; scriverne le lettere al contrario. Con le immagini intrusive si può immaginarle su uno schermo, con un telecomando in mano: zoomare, aggiungere una colonna sonora, interromperle con la pubblicità. L’immagine non sparisce, ma diventa qualcosa che si guarda invece di qualcosa in cui si è dentro. Una cautela importante: lo scopo non è ripetere finché non fa più paura. Se l’esercizio serve a far sparire il disagio, diventa un’altra forma di controllo.
Valori, scelta e la trappola dell’«accordo segreto»
L’ACT non lavora solo sui pensieri, ma anche sulla direzione. I valori, come la cura, l’amore, la presenza, la libertà, non sono traguardi da raggiungere ma bussole: indicano dove andare anche quando il dubbio resta. Il commitment è il ponte tra il valore e l’azione: fare un passo verso ciò che conta mentre la paura è ancora lì. Attenzione però alla funzione del gesto: una madre con pensieri aggressivi che prende in braccio il figlio per verificare di non provare impulsi sta ancora facendo un test. Lo stesso gesto cambia senso quando torna a essere vicinanza e cura.
Anche l’accettazione può essere catturata dal DOC. Una persona si dice «accetto questo dubbio», ma dentro di sé tiene un accordo segreto: «se lo accetto bene, prima o poi sparirà». In terapia lo si sente dire spesso, quasi con stupore: «L’ho accettato, ma non se ne va». A quel punto l’accettazione è diventata una nuova trattativa con il sintomo. Accettare non significa obbedire, e non è un modo per far sparire il pensiero: è lo spazio in cui, insieme all’ERP, si torna a scegliere. È il cuore della cura del DOC basata su queste terapie.
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