DOC e ChatGPT: quando l’IA diventa una compulsione
Rassicurazioni con l’intelligenza artificiale nel disturbo ossessivo compulsivo
Perché tante persone con DOC chiedono a ChatGPT
Sempre più persone con disturbo ossessivo compulsivo passano ore a fare domande all’intelligenza artificiale: ChatGPT, Claude, Gemini. Lo vedo ogni giorno nei miei pazienti: si compulsa tantissimo con ChatGPT. E molti sanno che è un problema, ma non riescono a smettere.
Le domande sono quasi sempre le stesse, perché sono le domande del DOC:
«È DOC o è vero?»
«Lo amo davvero?»
«Sono una persona cattiva?»
«Sono davvero attratto dai bambini, o è il DOC?»
Sono domande che chiedono di chiudere il dubbio. E l’intelligenza artificiale sembra lo strumento perfetto per farlo: è sempre disponibile, anche alle tre di notte, risponde subito, non giudica, non si stanca mai. A un familiare o a un amico, dopo la decima volta, ci si vergogna di chiedere ancora. All’IA no. Molti trovano più facile confessare a una macchina ciò che non direbbero a nessuno.
Proprio per questo la rassicurazione con l’intelligenza artificiale può diventare una delle compulsioni più difficili da riconoscere e da fermare.
Dalla domanda alla nebbia: l’IA e la bolla del DOC
Il problema non è solo che la rassicurazione dura poco. Con l’intelligenza artificiale succede qualcosa di più.
Da una sola domanda l’IA produce tante risposte: sfumature, ipotesi, eccezioni, «dipende». Il DOC si aggrappa a ogni dettaglio, e a ogni risposta nasce una nuova domanda. Si riformula la frase finché arriva quella che tranquillizza: l’IA tende ad adattarsi a come le si chiede le cose. Ma può succedere anche il contrario: se si chiede con paura «è possibile che…?», l’IA elenca le possibilità, e il DOC ci trova nuovo materiale. Quando una risposta non basta, si apre una chat nuova per ricominciare da capo, oppure si fa la stessa domanda a ChatGPT, poi a Claude, poi a Gemini, per confrontare. A volte si rileggono le vecchie conversazioni, come si ricontrolla una porta. Spesso tutto questo avviene di notte, e la stanchezza del giorno dopo rende ancora più vulnerabili all’allarme.
C’è poi una differenza importante. Una rassicurazione chiesta a un familiare, a un amico o al terapeuta, anche quando è una compulsione, avviene dentro una relazione: c’è un volto, una voce, un ambiente, qualcuno che a un certo punto dice «adesso basta, andiamo a fare due passi». Con l’intelligenza artificiale tutto questo manca. Si resta soli davanti a uno schermo, e la mente si ripiega su se stessa. Tutto accelera e si amplifica.
Così, ciò che era iniziato come un tentativo di fare chiarezza può diventare una nebbia cognitiva. L’attenzione si restringe, la mente si affatica, e la persona può sentirsi come dentro una bolla: confusa, distante da ciò che sta vivendo, quasi estranea a se stessa. La rassicurazione con l’IA, nel disturbo ossessivo compulsivo, non chiude il dubbio. Rischia di portare la persona più a fondo dentro il DOC.
Cosa dice la ricerca su DOC e intelligenza artificiale
Il tema è nuovo, ma la ricerca scientifica ha cominciato a occuparsene.
Nel marzo 2026 due psichiatri dell’Università di Stanford, Ashleigh Golden ed Elias Aboujaoude, hanno pubblicato sulla rivista «npj Digital Medicine», del gruppo Nature, un modello che spiega come i chatbot di intelligenza artificiale di uso generale, come ChatGPT, possano mantenere il disturbo ossessivo compulsivo e i disturbi d’ansia. Secondo gli autori, il dialogo continuo con l’IA può rinforzare la ricerca di rassicurazione, la preoccupazione, l’intolleranza dell’incertezza e il perfezionismo. Soprattutto, impedisce alla persona di fare l’esperienza che serve per guarire: scoprire che si può stare nel dubbio senza una risposta. Gli autori propongono anche indicazioni per un uso più sano dell’IA, rivolte a clinici, utenti e sviluppatori.
Nello stesso anno, una ricercatrice del Georgia Institute of Technology, Grace Barkhuff, ha analizzato cento testimonianze di persone con DOC che usano l’IA. Le compulsioni più frequenti erano la richiesta di rassicurazione, la confessione e il farsi aiutare a prendere decisioni. Alcuni dicevano di preferire l’IA ai familiari e agli amici, per non doverli coinvolgere continuamente. E una frase tornava: «Sembra una dipendenza». L’autrice ha dato a questo fenomeno un nome efficace: i «robot della rassicurazione».
Sono studi ancora iniziali, ma confermano ciò che molti terapeuti vedono ogni giorno in studio.
Come capire se ChatGPT è diventato una compulsione
Usare l’intelligenza artificiale non è di per sé un problema. Anche qui conta la funzione: a che cosa serve quella domanda. Nel disturbo ossessivo compulsivo alcuni segnali indicano che l’uso dell’IA è diventato una compulsione:
- fa la stessa domanda più volte, cambiando qualche parola, finché non arriva la risposta che la tranquillizza;
- dopo la risposta si sente meglio per poco, e poi il dubbio torna con un dettaglio nuovo;
- apre una chat nuova o passa a un’altra IA per vedere se la risposta è diversa;
- rilegge le vecchie conversazioni per ritrovare la frase che l’aveva calmata;
- passa ore davanti allo schermo, spesso di notte, e dopo si sente più confuso di prima;
- chiede all’IA cose che prima chiedeva al partner o ai familiari, e ora nessuno sa più quanto il dubbio la stia occupando;
- sente che non riesce a smettere, anche se sa che non le fa bene.
Se si riconosce in alcuni di questi punti, non significa che deve rinunciare per sempre all’intelligenza artificiale. Significa che il DOC ha trovato un nuovo strumento. È questo il punto da affrontare, magari parlandone con il terapeuta. Una prudenza in più: nelle chat si scrivono spesso pensieri molto intimi, sessuali, aggressivi, sulla relazione. Vale la pena fare attenzione a che cosa si condivide.
L’intelligenza artificiale come alleata: cambiare le domande
L’intelligenza artificiale non è il nemico. Usata nel modo giusto, ChatGPT, Claude o Gemini possono diventare un buon alleato nel percorso di cura. Cambia tutto se cambia la domanda.
Le domande del DOC chiedono all’IA di chiudere il dubbio: «È DOC?», «Lo amo?», «Sono cattivo?». Nessuna risposta può riuscirci. Ma quando la persona è in una fase acuta e si sente agganciata dal disturbo, può chiedere qualcosa di diverso:
«Mi sento agganciata dal DOC e sento di non farcela. Non rispondere al mio dubbio: suggeriscimi una strategia, un SOS, un esercizio di grounding per tornare al presente.»
In questo modo l’IA non nutre il DOC: aiuta a non obbedirgli. Un’altra cosa concreta, da concordare con il terapeuta, è scrivere nelle impostazioni dell’IA un’istruzione fissa:
«Soffro di DOC. Se ti chiedo rassicurazioni sui miei dubbi, non darmele: ricordami di non rispondere al dubbio e proponimi un esercizio.»
Attenzione, però: anche la richiesta di aiuto può diventare un rituale, se si trasforma in «dimmi che passerà» ripetuto dieci volte. Il confine è sempre la funzione. Se la domanda serve a eliminare il dubbio, è una compulsione. Se serve a stare nel dubbio senza obbedirgli, può essere un aiuto.
L’intelligenza artificiale non sostituisce la terapia. Il trattamento di prima scelta resta la terapia ERP, l’esposizione con prevenzione della risposta, che vale anche davanti a uno schermo: interrompere la sequenza delle domande, non aggiungere l’ennesimo dettaglio, non aprire un’altra chat solo per cancellare il dubbio. Per approfondire, legga anche le pagine sulle rassicurazioni nel DOC e sulle compulsioni mentali.
Il libro: la rassicurazione digitale e le altre trappole
Nel libro «Oltre ogni irragionevole dubbio» c’è un paragrafo dedicato alla rassicurazione digitale: motori di ricerca, forum, test online e intelligenza artificiale, e come la prevenzione della risposta può riguardare anche ciò che accade davanti a uno schermo. Il libro racconta anche la nebbia cognitiva e la bolla in cui il DOC può chiudere la mente, e perché ogni nuova risposta riapre il dubbio invece di chiuderlo.
Il libro accompagna il lettore dai meccanismi del disturbo ossessivo compulsivo fino alla cura, attraverso dodici forme viste da dentro, comprese quelle di cui si parla meno.