E se non fosse DOC? Il metadubbio spiegato
Il metadubbio nel disturbo ossessivo compulsivo: quando si dubita della diagnosi
Che cos’è il metadubbio nel DOC
Chi soffre di disturbo ossessivo compulsivo, a un certo punto del percorso, impara a riconoscere il proprio funzionamento ossessivo. Dà un nome a ciò che gli succede, capisce che quei pensieri non dicono la verità su di lui, e questo porta un primo sollievo.
Poi, spesso, arriva una domanda nuova:
«E se non fosse DOC?»
«E se stessi usando il DOC per non vedere la verità?»
«E se questa volta il dubbio fosse fondato?»
«E se questa volta il dubbio fosse fondato?»
È il metadubbio: il dubbio ossessivo non riguarda più soltanto il partner, i pensieri aggressivi, l’orientamento sessuale o la porta di casa, ma la diagnosi stessa. Il DOC mette sotto processo anche la possibilità che ciò che sta accadendo appartenga davvero al DOC.
Il dubbio ha cambiato oggetto, ma non ha cambiato struttura. Funziona esattamente come prima: chiede una certezza impossibile e spinge a cercarla. Riconoscerlo è il primo passo per non cadere nella trappola.
Quando arriva il metadubbio: «Se non ho ansia, è vero?»
Il metadubbio di solito non compare all’inizio del disturbo ossessivo compulsivo. Arriva più tardi, quando la fase acuta si è esaurita. L’ansia, l’angoscia e il senso di colpa dei primi tempi si sono attenuati, quasi desensibilizzati. Al loro posto restano stanchezza, esasperazione, una specie di svuotamento, a volte un calo dell’umore.
In questo vuoto la spiegazione che aveva dato un senso alla sofferenza finisce sotto processo. E il ragionamento che il DOC propone è molto convincente:
«Se fosse DOC, avrei ansia. Se adesso non sento niente, forse non è più il DOC. Forse è la verità.»
Una mente sotto stress continuo può comportarsi come una centrale elettrica surriscaldata, che abbassa la corrente per proteggersi: le emozioni arrivano attutite, l’esperienza si scolora. Il DOC legge questo raffreddamento come la prova che cercava. Ma ciò che si sente, o che non si sente più, in queste fasi non nasce dai fatti: nasce da stati interni che l’angoscia e il controllo hanno già alterato.
Il metadubbio nelle diverse forme di DOC
Il metadubbio può comparire in tutte le forme del disturbo ossessivo compulsivo, ma prende ogni volta il colore del tema principale.
- Nel DOC da relazione: «E se stessi usando il DOC per non vedere che non lo amo? E se mi stessi rassicurando con una diagnosi?»
- Nel DOC omosessuale: «E se il terapeuta avesse capito male? E se stessi usando la diagnosi per non accettare chi sono?»
- Nel DOC a tema pedofilia il metadubbio ha una forza enorme, perché se la diagnosi fosse sbagliata resterebbe proprio ciò che la persona teme di più. Anche l’orrore che prova può essere messo in dubbio: «E se fosse solo una copertura?»
- Nel DOC esistenziale la trappola è più sottile: «E se questa non fosse ansia, ma lucidità?» Stare meglio sembra quasi un tradimento della verità.
- Nel DOC da controllo riconoscere il dubbio come ossessivo può sembrare una scusa: «E se il gas fosse davvero rimasto aperto?»
La persona comincia allora a controllare i propri sintomi come prima controllava tutto il resto. E quasi sempre trova una differenza: «Sì, dottore, però nel mio caso c’è questa cosa diversa».
Cercare la prova che sia DOC è un’altra compulsione
Quando arriva il metadubbio, la persona cerca la prova definitiva di avere davvero il disturbo ossessivo compulsivo. Legge descrizioni cliniche e articoli, guarda video, fa test online, confronta i propri sintomi con quelli degli altri pazienti. Misura quanta ansia prova, quanto disgusto, quanto si riconosce nei casi descritti. Si chiede se al terapeuta abbia raccontato davvero tutto, o se lo abbia influenzato senza volerlo.
Sembra un modo per fare chiarezza, ma è un’altra compulsione. Dietro c’è sempre lo stesso ragionamento: «Se è sicuramente DOC, allora sono tranquillo». La diagnosi, che dovrebbe orientare la comprensione e la cura, diventa così un nuovo oggetto da verificare. E qualunque risposta può essere impugnata:
«Mi fa orrore.»
«Ma forse l’orrore è una copertura.»
«Ma forse l’orrore è una copertura.»
Come ogni rassicurazione, anche la conferma della diagnosi dà sollievo solo per poco. Poi il dubbio trova un dettaglio nuovo da interrogare, e si ricomincia.
Come uscire dal metadubbio nel DOC
Uscire dal metadubbio non significa ottenere finalmente la prova certa di avere il disturbo ossessivo compulsivo. Se per smettere di dubitare servisse prima una certezza al cento per cento, il DOC avrebbe semplicemente creato un nuovo compito impossibile.
Il lavoro, in terapia, va in un’altra direzione: riconoscere il metadubbio come un dubbio che ha la stessa forma di tutti gli altri, e smettere di rispondergli. Non cercare l’ennesima conferma, non confrontare ancora i sintomi, non chiedere al terapeuta di garantire che sia DOC. Nei momenti più difficili quasi tutti i pazienti, prima o poi, dicono: «Dottore, questa volta è diverso». Il terapeuta non può diventare un nuovo rassicuratore, ma può aiutare la persona a non obbedire al dubbio, un passo alla volta.
Lo strumento principale è la terapia ERP, l’esposizione con prevenzione della risposta. Siccome nel metadubbio quasi tutto avviene nella testa, è importante imparare a riconoscere le compulsioni mentali: analizzare, confrontare, ripassare.
Il libro: il metadubbio in ogni forma di DOC
Nel libro «Oltre ogni irragionevole dubbio» il metadubbio torna in quasi tutte le forme di disturbo ossessivo compulsivo descritte: da relazione, omosessuale, a tema pedofilia, esistenziale, da controllo, magico-superstizioso. Per ciascuna il libro mostra come il dubbio arriva a mettere sotto processo anche la diagnosi, e come si può smettere di obbedirgli.
Il libro accompagna il lettore dai meccanismi del DOC fino alla cura, attraverso dodici forme viste da dentro, comprese quelle di cui si parla meno, per aiutare chi ne soffre a riconoscersi e a capire che cosa sta succedendo nella propria mente.